MACINATO IL GIUDICE DI PACE DI MENFI

20130915-114223.jpgTra l’indifferenza generale e l’assordante silenzio di tutti quei legali (molti dei quali oggi siedono in consiglio comunale) che tanto avevano stimolato la precedente amministrazione affinché fermasse questo ulteriore scippo alla Città di Menfi, il prossimo 16 settembre Menfi dirà addio ad un importante presidio di legalità: il Giudice di Pace.

Ricordo a me stesso che il Giudice di Pace di Menfi ha potuto resistere ai numerosi tentativi di soppressione grazie alla interlocuzione profusa dall’Amministrazione precedente con i precedenti Ministri della Giustizia, oltre che alla disponibilità messa in campo in termini di strutture ( centro civico ), risorse e di personale.

Ma apprendiamo che oggi si è registrata la mancata volontà dei comuni di Montevago, Santa Margherita e Sambuca a compartecipare con Menfi alle spese necessarie per il Mantenimento di questo presidio di Legalità: vorrei sottolineare come i tre comuni sono gli stesi con i quali teniamo ancora viva l’UNIONE DEI COMUNI TERRE SICANE, un carrozzone con costi elevati a cui non ha per niente corrisposto un’immagine di efficienza ed economicità.

Oggi si punta con “interesse” proprio su questa UNIONE per trasferirvi altri servizi (idrico e rifiuti)… Interesse che, invece, gli altri tre comuni NON HANNO MOSTRATO PER IL GIUDICE DI PACE.

E Menfi? Perché accetta senza battere ciglia questa ulteriore “rapina”?

Ed i tanti consiglieri comunali che sono anche avvocati accettano questa perdita senza muovere un dito?

Complimenti allora a Crocetta che salva i Tribunali di Nicosia e Mistretta dimostrando che quando si vuole difendere il proprio territorio, in barba alla mancata volonta’ degli altri, si mostrano gli attributi e si dice: “coprirà’ la regione le spese che lo stato non vuole sostenere.”
basterebbe un eguale scatto d’orgoglio del nostro comune………….. magari rinunciando a qualche aumento distipendio…….

Michele Botta

Anche il Sindaco di Menfi Michele Botta aderisce alla Scorta Civica per il magistrato antimafia Salvatore Vella

La decisione di privarlo della macchina blindata lo pone in situazione di serio pericolo e lo rende facile obiettivo di eventuali rappresaglie da parte delle cosche mafiose agrigentine duramente colpite dalle sue indagini. Il territorio agrigentino è infestato da organizzazioni criminali sanguinarie e agguerrite che non hanno esitato ad uccidere magistrati ed esponenti delle forze dell’ordine; secondo l’ultima relazione semestrale della Dia al Parlamento, rimane un solido assetto per Cosa nostra siciliana, come si evince dalla presenza di 41 famiglie note alle Forze di polizia. Si tratta di una decisione, quanto meno, infelice e che potrebbe rivelarsi foriera di conseguenze drammatiche.

Il Sindaco di Menfi chiede, quindi, al Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico di rivedere la scelta e di ripristinare immediatamente il livello di protezione precedente al dott. Vella. Deve essere garantita, in tempi brevi, la giusta serenità al magistrato.

Sono pronto ad aderire alla “scorta civica”, composta da semplici cittadini, con lo scopo di non lasciare solo Vella e di difenderlo dalle conseguenze nefaste degli errori statali. Il ruolo della scorta civica sarà cercare di far capire alle Istituzioni che siamo in un momento delicato e bisogna fare di tutto per salvaguardare l’incolumità ai magistrati antimafia.

Matteo Messina Denaro: costituisciti!

“Matteo Messina  Denaro è un nostro diocesano, si costituisca, saprà come  fare”. Lo ha detto il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor  Domenico Mogavero, rispondendo alla domanda di un giornalista  durante l’incontro stamattina con i dieci operai che stanno  raccogliendo le olive per produrre l’olio col marchio di Libera  nell’uliveto confiscato a Gaetano Sansone in contrada Seggio  Torre a Castelvetrano.

“Le voci isolate rimarranno tali nella lotta alla mafia – ha  proseguito -, quello che serve, invece, è un impegno corale di  tutti, al di la delle parole, con la concretezza delle azioni e  dei fatti”.

I venti ettari di terreno sono stati affidati dal  Comune alla gestione di Libera che – insieme alla Diocesi di  Mazara del Vallo (tramite il “Progetto Policoro”) – sta  costituendo una cooperativa sociale per la gestione del fondo.

“I messaggi concreti arrivano proprio da azioni come queste  – ha ribadito Mogavero – in questa terra che oggi torna alla  società civile si raccolgono i frutti profumati di legalità,  con un impegno sia del mondo civile che di quello ecclesiastico.  E questa è la migliore risposta nei confronti di chi, nei  giorni addietro, ha gettato discredito nei confronti di  associazioni ecclesiastiche che avrebbero avuto affidamenti di  comodo, che accumulano senza alcuni esito produttivo”.

(gds.it)

Ricordare Falcone

Il 23 maggio segna la fine di un uomo e l’inizio di un MITO.  19 anni fa la strage di Capaci, in cui furono barbaramente uccisi il magistrato GIOVANNI FALCONE, la moglie FRANCESCA MORVILLO e gli agenti di scorta ROCCO DICILLO, VITO SCHIFANI e ANTONIO MONTINARO.

Noi vogliamo manifestare il nostro rispetto e la nostra ammirazione nei confronti di quelle vittime e dimostrare la nostra vicinanza ai familiari.

Incitare chi, con fatti concreti, continua a portare avanti il lavoro iniziato da quegli EROI,  scoraggiando i cosiddetti ‘mafiosi’, facendo capire loro che le persone hanno preso coscienza del loro essere cittadini, con diritti e doveri. Per dare un senso, per quanto umanamente possibile, alla morte di quegli ANGELI-EROI,  dedichiamo LORO una preghiera, un pensiero, un commento, un fiore, una frase, una canzone, un qualsivoglia apprezzabile gesto, purché non si dimentichi.

Tocca a noi dare un segnale forte, positivo ed inequivocabile affinchè le loro idee camminino ancora sulle nostre gambe!

Giovanni Falcone aveva iniziato la lotta alla mafia gia a fine anni ’60. Fu lui insieme ai suoi più stretti collaboratori come Paolo Borsellino, a iniziare l’istruttoria del più grande processo alla mafia svoltosi a Palermo, dove vennero convocati oltre 400 imputati. Giovanni Falcone era divenuto così pericoloso per le cosche dopo l’omicidio di Ignazio Lo Presti costruttore “amico degli amici”, quando ci fu una grossa rivelazione fatta dalla moglie, cioè che “ziu” Lo Presti era in stretto contatto con “il boss dei due mondi” Tommaso Buscetta. Era quest’ultimo, dal Brasile, a dirigere gli affari del traffico della droga e gli interessi delle famiglie. Quando Falcone seppe dell’arresto di Buscetta volle andare subito a interrogarlo.

Grazie a questi si fece luce su tanti omicidi sia politici che “tradizionali” come quelli dei pentiti durante la guerra di mafia sia di quelli dei collaboratori di Falcone come Rocco Chinnici, Giuseppe Montana e Ninni Cassarà. Totò Riina, scottato dalla condanna in primo grado all’ergastolo si mise in agitazione perché il giudice stava andando troppo oltre: nessuno aveva pensato all’eventualità che lo strumento dei “pentiti”, rivelatosi essenziale contro il terrorismo, potesse risultare praticabile nella lotta alla mafia. Falcone portò in Italia un Buscetta pentito che doveva aprire la strada al ripensamento di tanti altri boss come Salvatore Contorno, Nino Calderone e Francesco Marino Mannoia. A Giovanni Falcone fu riservata prima la tagliente ironia del Palazzo di Giustizia di Palermo, poi la saccente campagna di stampa contro la presunta smania di protagonismo, quindi un vero e proprio “sbarramento” ad ostacolare il naturale ruolo di coordinatore delle inchieste sulla mafia. Dopo quest’azione di delegittimazione, il 23 maggio 1992 al suo ritorno da Roma, dove era stato nominato procuratore nazionale antimafia, durante il tragitto verso casa il giudice Giovanni Falcone, che già nel 1989 era scampato ad un attentato, trovó la morte.

Per commettere il delitto furono assoldati ben cinque uomini, tra cui Giovanni Brusca che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando, i quali riempirono di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l’autostrada nei pressi di Capaci (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg). Fu una strage (“l’attentatuni”) nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta (Antonio Montinari, Vito Schifani e Rocco Di Cillo). Questo atto segnò la fine di un uomo (e l’inizio di un mito) che si è distinto nella lotta dello Stato contro la mafia.

Menfi ricorda Livatino e le vittime di Mafia e BR nell’area industriale

“Menfi si prepara a un grande sviluppo, ma l’iniziativa di ieri ha voluto lanciare un messaggio a tutti gli imprenditori”. Le strade avranno i nomi di chi ha combattuto i clan.

Rosario LivatinoL’area degli insediamenti produttivi dedicata alle vittime della mafia e del terrorismo. Un messaggio di legalità quello partito ieri da Menfi dove sono ste inaugurate le vie dedicate a Rosario Livatino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, Peppino Impastato, Cesare Terranova, Libero Grassi e Aldo Moro e presentato il libro dell’europarlamentare Alfano sulla storia del padre, il giornalista Beppe, ucciso dalla mafia nel 1993, a Barcellona pozzo di Gotto.

Con l’intitolazione delle vie  – ha detto il Sindaco Michele Botta – vogliamo testimoniare il nostro no ad ogni forma di violenza rendendo omaggio alla memoria di queste vittime che hanno dato la vita combattendo in prima linea. Il fatto che queste vie sorgeranno nell’area produttiva è un elemento a cui attribuiamo un significato particolare, perché Menfi chiede sviluppo economico nella legalità”.

L’iniziativa ha avuto un ampio consenso nel panorama politico menfitano.  “Ho condiviso l’iniziativa sul web, – ha affermato Enzo  Buscami, consigliere comunale – coinvolgendo tutti i consiglieri e l’amministrazione.  Alla fine è venuta fuori un’idea anche migliore di quella iniziale. Il fatto che l’area degli insediamenti produttivi sia tutta dedicata alle vittime della mafia è un elemento non solo simbolico. Chi verrà a realizzare un’attività a Menfi sappia che il nostro comune, dedicando queste vie alle vittime della criminalità, si dichiara contraria a tutte le forme di mafia e dice agli imprenditori state attenti che noi vigiliamo”.

(Tratto dal Giornale di Sicilia del 22.04.11)

Giovedì Santo della legalità

Goivedì 21 aprile alle ore 17:00 nell’area artigianale (zona PIP) in prossimità degli stabilimenti di Casa del Tortellino e Tecnopali il Sindaco di Menfi, Michele Botta inaugurerà tutte le Vie della zona intitolate a vittime della mafia alla presenza della Presidente dell’associazione familiari vittime di mafia, Alfano, e di Salvatore Vella Sostituto procuratore della DDA di Palermo.

A seguire, alle 18:00 presso la Biblioteca Comunale in Piazza Vittorio Emanuele, ci sarà la presentazione del libro “la zona d’ombra”.
Saluti:
Ascanio de Gregorio
Patrizia Amato
Michele Botta

Relatori:
Sonia Alfano autrice del libro,
Ignazio Cutrò testimone di giustizia,
Salvatore Vella Sostituto Procuratore DDA Palermo,
Nicola Biondo Giornalista Scrittore autore de Il Patto.
Seguirà un dibattito in Sala, moderatore Benny Calasanzio

Belice epicentro della memoria viva

E’ uno spazio che rappresenta una Sicilia originale e poco raccontata dalle cronache, la Sicilia che per riscattarsi dalla mafia punta su un’economia della cultura, della partecipazione e della legalità a partire dalle risorse locali per creare lavoro e sviluppo. Il tema dell’incontro sarà la “mobilitazione dal basso” , di cui il Belice è stato un antesignano, e che oggi ritorna nella iniziativa nazionale per l’Acqua Pubblica, che di nuovo vedrà il Belice rimettersi in Marcia


Il luogo, nel quale si continuerà a ricevere pezzi di storie personali che diventeranno memoria collettiva da condividere, offrirà ai visitatori la possibilità di visionare video, disegni, foto e di leggere racconti e documenti che descrivono la coscienza storica della gente belicina e le sue lotte pre e post terremoto 1968. Inoltre, consentirà di riflettere su un percorso lungo 60 anni iniziato con le battaglie non violente condotte da Danilo Dolci e Lorenzo Barbera. Realizzato al termine del progetto , che è stato sostenuto dalla Fondazione per il Sud, ha avuto il contributo della Provincia regionale di Trapani ed è stato attuato da Cresm, Clac, Le Mat ed Eco culture e viaggi, si pone come un modello pilota di intervento territoriale, uno spazio di cultura e aggregazione che coinvolge gli abitanti di un territorio nella ricerca storica, nella valorizzazione del patrimonio immateriale e nella creazione di una cultura dell’accoglienza. Esso intende essere pure uno spazio in cui la Sicilia si riscatta dalla mafia e punta su una economia della cultura, della partecipazione e della legalità a partire dalle risorse locali per creare lavoro e impresa pulita.
Nel progetto sono stati coinvolti in due anni gli abitanti di 15 Comuni del Belice: Santa Ninfa, Poggioreale, Salaparuta, Gibellina, Salemi, Partanna, Vita e Calatafimi Segesta in provincia di Trapani, Roccamena, Camporeale e Contessa Entellina, in provincia di Palermo e Santa Margherita Belice, Sambuca di Sicilia, Menfi e Montevago in provincia di Agrigento.
Sabato 5 marzo 2011 l’inaugurazione del nuovo museo sarà preceduta a partire dalle 9,30 dalla visita dei luoghi de e alle 15,30 da una tavola rotonda sul tema: che si terrà al museo d’arte contemporanea. Domenica 6 marzo 2011 è invece prevista la partecipazione alla IV Giornata nazionale delle ferrovie dimenticate
organizzata dalla Confederazione per la mobilità dolce Comodo. A curare l’iniziativa da Partanna a Castelvetrano, nel Trapanese sarà Adaciu, associazione per la cultura del tempo. Il percorso che sarà svolto prevede passeggiate naturalistiche a piedi, a cavallo e in bicicletta sul tratto Partanna-Castelvetrano della ferrovia dismessa Castelvetrano-San Carlo-Burgio. Si partirà alle 9,30 dal castello Grifeo di Partanna.