Diario della Marcia per un nuovo mondo

di Giacomo Guarneri

(pubblicato su I Quaderni de l’Ora on line)

Prima tappa: Menfi/Santa Margherita Belice. Domenica 10 e lunedì 11 aprile.

È partita da Menfi e si è conclusa con l’arrivo serale a Santa Margherita di Belice la prima tappa della Marcia per un Mondo Nuovo, iniziativa promossa da numerose associazioni, gruppi e comitati che all’etichetta, per questa volta, preferiscono il più ampio appellativo di Movimento Popolare, dal basso e scevro di ogni sigillo politico.

L’idea è stata promossa dal gruppo romano Stalker, che da anni pratica l’attraversamento dei territori come atto creativo, educazione all’ascolto e scoperta. A questa sollecitazione hanno risposto numerose realtà regionali (tra i primi Clac, Libera Palermo, Cresm, e il Forum acqua pubblica). Il precedente illustre è ovviamente quella Marcia per la Sicilia Occidentale che nel 1967 organizzarono Danilo Dolci e i suoi collaboratori, iniziativa che amplificò le istanze della pianificazione dal basso, del pacifismo e dello sviluppo come baluardo all’emigrazione e alle mafie, inaugurando nei fatti la stagione del Sessantotto in Italia.

Attraversate le tappe di Poggioreale, Camporeale, Borgetto e San Martino delle Scale, il gruppo giungerà a Palermo il prossimo sabato. Accompagnerà ogni tappa il dibattito su un tema specifico. Nella serata di domenica per esempio, presso l’Aula Consiliare del Comune di Menfi, a margine del benvenuto ai camminatori giunti da ogni parte d’Italia, si è affrontato il tema della ripubblicizzazione dell’acqua, tema particolarmente caro alla cittadinanza di Menfi, oggi un simbolo della battaglia, grazie anche all’impegno del sindaco Michele Botta, più volte minacciato di morte per il suo contributo alla causa.

Tutti gli interventi servono a ribadire l’importanza del SI al referendum del 12 e del 13 giugno prossimi, nonché a considerare il valore di una lotta per la democrazia che è anche un esempio concreto di lotta alla mafia. «Le risorse idriche in Sicilia non sono solo sufficienti a soddisfare il fabbisogno, sono di gran lunga superiori! A chi fa comodo una cattiva gestione è evidente a tutti», dichiara Antonella Leto (Funzione pubblica CGIL Sicilia). È lei a portarmi a conoscenza dello spudorato caso di conflitto d’interessi che sta dietro la vicenda delle gare d’appalto per le privatizzazioni in Sicilia, e che basta da solo a dare l’idea della situazione. È il caso di Rosario Mazzola, che Galullo e Oddo hanno già raccontato sulle pagine del Sole24ore. Il Nostro, ordinario tra l’altro di Acquedotti e fognature presso l’Università di Palermo, fu nominato da Cuffaro commissario ad acta dell’ambito di Palermo nel 2005, mentre sedeva anche nel consiglio d’amministrazione di Genova acque, futura concorrente alla gara. Questa poltrona la lascia però, dimettendosi, l’anno dopo: giusto il tempo di modificare il bando d’appalto, aprendo alla possibilità di assegnazione dello stesso nel caso di candidato unico. Quel partecipante unico sarà proprio il suo gruppo, Genova acque, che infatti si aggiudica la gara: a quel punto Mazzola, guarda caso, decide di entrare in Mediterranea delle acque, società nella quale la sua Genova acque è nel frattempo confluita. Reti e bacini che soffrono da sempre di infiltrazioni mafiose, un giro d’affari di miliardi di euro, e lo speculatore che nell’assalto al pubblico dominio, gioca senza avversari e funge da arbitro di se stesso: non fosse accaduto in Sicilia, sarebbe da non crederci!

L’Aula Consiliare è gremita di gente. Se Corrado Oddi (Comitato Nazionale Acqua Pubblica) evidenzia la necessità del riavvicinamento alla politica dei singoli cittadini, Paolo Campo del Comitato Civico elogia il dialogo costruttivo che Menfi sta sperimentando tra cittadini ed enti locali. L’iniziativa politica dal basso significa appunto questo, dice, coinvolgimento nella pianificazione degli interventi sul territorio di coloro che lo abitano. Ma, continua Campo, il termine “battaglia” qui suona alquanto improprio. Bisognerebbe parlare di “difesa”, piuttosto: difesa da parte della comunità di un bene sul quale si sono indirizzate le mire dei soliti speculatori.

Poi arriverà l’intervento della signora Antonina Marchese, a fare addirittura commuovere qualcuno tra il pubblico. La signora Marchese, Nina per tutti, si presenta come una semplice casalinga, ma carica di fervore e sdegno, che oggi sono la sua forza: «è l’arroganza di certi signori che pretendono di mettere le mani su un bene comune come l’acqua -dice-, ad avermi fatto destare, ad avermi fatto scendere in strada e fare il porta a porta, come faccio da anni, per convincere fino all’ultimo dei miei concittadini del rischio che stiamo correndo! Se qualcuno mi attacca, io mi devo difendere: qui è in gioco la dignità di tutti noi».

Il lunedì è una giornata di sole. Al centro della Piazza Vittorio Emanuele II di Menfi, per l’occasione ribattezzata Piazza Acqua Pubblica, viene steso un lenzuolo sul quale leggiamo che NEL DIFENDERE L’ACQUA MI DIFENDO. Il telo viene firmato da tutti i presenti e infine issato a stendardo del corteo in partenza. Ci sono bambini, studenti delle superiori, giovani e anziani. E ci sono Lorenzo Barbera e Pino Lombardo, compagni storici di Danilo Dolci. Bandiere di partiti politici non se ne vedono: l’acqua non ha colore, mi diceva ieri Antonella, e questo è servito a coinvolgere le più diverse fazioni politiche allo scopo cui tutti tendiamo: raggiungere il quorum, vincere il referendum!

Si camminerà per tutto il giorno tra uliveti e vigne, e passando attraverso la pineta del Monte Magaggiaro. Nel tardo pomeriggio, sul ritmo di un jambè, i campi coltivati a ficodindia annunceranno l’arrivo a Santa Margherita Belice. Qui il Palazzo del Gattopardo accoglierà la stanchezza e la gioia dei camminatori arrossati dal sole. C’è chi questa gioia la vuole esprimere in pubblico ed interrogarla, per ipotizzare poi che forse è una gioia figlia della rabbia, della rabbia per il continuo sopruso del potere. Una gioia però, che non conosce ancora, e non intende conoscere, nessuna rassegnazione.

Riceviamo il saluto del Sindaco Franco Santoro e del Presidente del Consiglio Leo Ventimiglia. Ma l’apporto più importante al tema del giorno, indicato ieri in SALUTE E AMIANTO, lo offre Gaspare Viola, farmacista ed ex Presidente del Consiglio Comunale. Santa Margherita, ricorda Viola, si è distinta per la denuncia dell’eternit nelle baracche abitate dai terremotati per oltre trent’anni. La Protezione Civile Regionale attraverso due incarichi si è già occupata negli anni passati di dismettere i resti sparsi nel territori. «Ma il sospetto di cumuli che rimangano depositati e nascosti qui intorno a noi è avvalorato dall’alto numero dei morti per cancro che si registra nella zona. Il Ministero dell’Ambiente ha prodotto e detiene a riguardo un importante dossier, che però non ha mai voluto consegnare ai diretti interessati».

Seconda tappa: Santa Margherita Belice/Poggioreale. Martedì 12 aprile.

Raduno in piazza, dove si discute il piano del giorno. Una scolaresca, venuta a conoscere il gruppo dei camminatori e i motivi della Marcia, si unisce al cerchio dell’assemblea. Si parla e si scatta una foto. I ragazzi, una lettera per ciascuno tratteggiata su un saio bianco, compongono una frase: VOGLIAMO VIVERE ORA. Dopo il click si parte: gli studenti alla testa del corteo, che ci accompagneranno per un po’ prima di tornare ai banchi di scuola. Si attraversano i ruderi di Montevago, per poi cavalcare le colline della Valle in direzione Poggioreale. Tappeti rossi di sulla sanno di buon augurio per il cammino. Sosta ai bordi di uno stagno in mezzo ai vigneti: ascoltiamo incantati il coro di mille rane gracidanti. Siamo nella discesa per Salaparuta. Attraversato l’ennesimo campo, dove la vegetazione spontanea nel mese di aprile dà il meglio di sé, riceviamo la visita di Antonio, asino stallone, e del suo padrone Fabrizio, allevatore e cultore di tradizioni popolari nella vicina Gibellina. Antonio guiderà il corteo fino all’ingresso a Poggioreale, dove si arriva nel secondo pomeriggio.

Qui il desolato Piazzale dell’Autonomia appare come la manifestazione in forma architettonica di un potere che decide dall’alto la struttura degli spazi e il funzionamento di un corpo sociale visto da lontano e nei confronti del quale spesso non manifesta la benché minima intenzione di ascolto. È uno spazio abitato solo dal silenzio di un paese sempre più spopolato, inutilmente munito di centinaia di colonne e cemento e marmo in quantità. È in questo scenario che all’imbrunire si svolge l’assemblea sul tema del giorno che è, appunto, SPOPOLAMENTO E ACCOGLIENZA. Lo introduce bene Lorenzo Barbera, col paragone che fa tra la quantità di case vuote di molti paesi del Belice e la folla di uomini e donne che dall’Africa arrivano (se non muoiono prima) con una speranza di vita. Segue l’intervento di Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato in prima linea nella difesa dei diritti dei migranti, arrivato da Palermo per denunciare l’accanimento del governo italiano contro i richiedenti asilo, nonché il tormentone dello “tsunami umano” cui fanno da cassa di risonanza i media più importanti, istigando all’ostilità nei confronti dello straniero. «Li si confina dietro una rete o un muro di indifferenza: quello che occorre è invece un progetto condiviso, una sana e graduale integrazione mediata non da caporali e mafie ma dal buon senso e dal coinvolgimento delle tante organizzazioni sparse sul territorio, scelta che avrebbe un effetto a dir poco salutare sulla struttura economico-sociale del Paese».

Un esempio illuminato di integrazione è certamente quello del piccolo comune di Riace: 1700 abitanti nella provincia di Reggio Calabria. E’ per questo che in collegamento telefonico con noi c’è adesso Mimmo Lucano, che di Riace è il sindaco. Il suo comune, ci racconta, ha rimediato allo spopolamento del centro storico offrendo le case lasciate vuote dagli emigrati ai curdi che sopraggiungevano. Questi migranti si sono rivelati col tempo una linfa vitale per il tessuto del piccolo comune. Sono sorti laboratori artigianali, attività commerciali, e poi c’è la grande richiesta di lavoro nelle campagne. Oggi Riace è orgogliosa dei suoi 300 nuovi cittadini: non più ospiti ma riacesi a tutti gli effetti.

Dalla Calabria sono arrivati anche Arturo Lavorato e Beppe Pugliese, che rappresentano rispettivamente il gruppo Eco Sud e l’Osservatorio migranti Africalabria di Rosarno. Con loro Isham, marocchino, e l’ivoriano Umberto: dicono grazie per il container in cui vivono, tuttavia vorrebbero stare più in contatto con gli italiani, sentirsi meno isolati. «L’integrazione c’è» -esordisce Lavorato- «ma solo all’interno di una società separata, lontana da quella gerarchica che ne sfrutta la manodopera mantenendoli in stato di isolamento, dentro container o casolari sperduti nelle campagne, lontani dagli occhi dei bianchi. Noi di Eco Sud, al contrario, sperimentiamo una pratica dell’incontro, e uno dei metodi che utilizziamo è quello della festa. Organizziamo la mescolanza: è da esperienze del genere che può nascere integrazione».

Il messaggio che qui tutti condividono è che gli immigrati, lungi dal rappresentare per noi un pericolo di povertà, come in molti vorrebbero far credere, possono solo arricchirci.

Terza tappa: Poggioreale/Camporeale. Mercoledì 13 aprile.

Il mercoledì mattina ci raduniamo nella piazza principale, come sempre intorno alle nove, e dopo la distribuzione dei consueti panini imbottiti ci incamminiamo per far visita a Poggioreale vecchia, dove il sindaco illustra un progetto di rivalorizzazione del sito cui la sua giunta si sta dedicando. Si riparte alla volta di Camporeale, dove a sera si dibatterà sul tema dell’AGRICOLTURA. Cristina ha le vesciche ai piedi e durante il cammino ricorda che nella Marcia del ’67 anche il poeta Antonino Uccello ne soffriva, eppure non si arrese e camminò fino alla fine. Quando sabato metteremo piede a Palermo avremo percorso all’incirca 120 chilometri.

Finalmente e per la prima volta, la Marcia conosce a Camporeale la partecipazione nutrita e attiva della cittadinanza locale all’assemblea pubblica della sera. Sono presenti gruppi di acquisto solidale, comitati spontanei di agricoltori, movimenti civici e rappresentanti delle cooperative per la tutela dei piccoli produttori.

Ascoltiamo la testimonianza di un agricoltore, padrone di una distesa di duecento ettari ma costretto a smettere la produzione, che durava e cresceva dai tempi del nonno, per colpa di una legislazione poco amica, di un mercato spietato preda degli speculatori… Il racconto del caso particolare dà il via a una serie di analisi di più ampio respiro, fino a delineare lo spettro di un disegno globale volto a indebolire i piccoli produttori in favore dei grandi gruppi. Questo infatti è uno dei tanti casi in cui il salto dal ragionamento sulle condizioni particolari di un territorio a quello sulle dinamiche globali è breve e prescindere nell’analisi di uno dei due punti di vista sarebbe impossibile.

Siamo ciò che mangiamo, dice qualcuno, e chi gestisce la produzione dei cibi e il monopolio delle semenze gestisce gli uomini stessi e le loro facoltà: quando il frumento usato per fare pane e pasta subisce modifiche, come succede dai tempi del Grande Guerra, è il funzionamento stesso del nostro organismo a subirne le conseguenze. Il valore nutritivo di una fetta di pane del 1940 equivale a quello di ben quattro del pane impastato con le farine di oggi! È energia sporca quella che introduciamo e che ci fa funzionare, che ci fa ragionare. La denuncia è allarmante, tanto più quando evoca l’aumento del livello di fluoro consentito negli alimenti, che il Codex Alimentarius rischia nei prossimi giorni di registrare.

Una esperienza indicativa di autoproduzione e autoconsumo di prodotti agricoli la testimonia Gloria Salvatori di Roma. Gloria è un’esperta informatica e dopo essere stata licenziata, due anni or sono, dall’Eutelia, ha dato vita insieme a un gruppo di compagne cassintegrate a un esperimento di orto cittadino: in continuità col nome dell’azienda che le impiegava e in ricordo del torto subito, l’orto è stato battezzato, appunto, EutOrto. «Oggi il valore di una persona è stabilito dalla possibilità di consumare di cui dispone. Perdere il lavoro, o non trovarlo, determina un isolamento che è anzitutto sociale. L’idea di far nascere un orto in città infatti – ci confida Gloria -, nasce innanzitutto dalla volontà di conservare quelle relazioni e quella dignità che solo il lavoro può dare». La sete di relazioni umane s’intreccia alla sete di occupazione, e la necessità di riappropriarsi del proprio destino passa attraverso l’immersione delle mani nella propria terra. L’iniziativa delle ex-colleghe Eutelia ha un valore che esula dall’ambito prettamente agricolo: rappresenta una urgenza più ampia che muove dal basso. In più, Gloria adesso sta imparando un sacco di cose: per esempio che alle carote occorrono ben sei mesi per farsi e che non nascono dentro i vassoi di polistirolo del supermercato!

In serata riceviamo la visita dei Quartiatri. Il gruppo teatrale ci ha raggiunto da Palermo per dare il suo «contributo alla Marcia» col regalo di uno dei suoi primi lavori: Dove le stesse mani, storia di un uomo ucciso per sbaglio dalla mafia, è liberamente ispirato alla Cantata per la festa dei bambini morti di mafia di Luciano Violante.

L’indomani ci sono quattro trattori che accompagnano il corteo in uscita dal paese, gli stessi che spesso con un altro tipo di marcia raggiungono Roma per manifestare al Governo le proprie difficoltà. Raimondo è un agricoltore, anche lui sfiancato dall’aumento continuo del prezzo del gasolio e dalle tasse che lo Stato pretende sulla messa in regola dei braccianti. Mi ospita sul suo vecchio Fiat, mi mostra con orgoglio la bontà delle terre che attraversiamo, fertili e senza pietre. Mi descrive i metodi di coltura, i cicli del grano, delle fave e dei ceci. Parliamo del caso esposto ieri dal suo compaesano, quello dei duecento ettari andati alla malora. «Io non mi fermo. Non ancora. Io vado avanti -dice Raimondo, convinto-. Anche se per trebbiare il mio campo occorrono trecento litri di benzina. Anche se pagata la benzina, pagate le macchine, pagata la manodopera, pagate le tasse, alla fine non mi restano che gli occhi per piangere».

Quarta tappa: Camporeale/Borgetto. Giovedì 14 aprile.

Mi chiedo che idea di noi si faccia questa gente, che ci vede entrare nel loro paese con bandiere pro acqua pubblica e slogan urlati al megafono con cadenze straniere. (Già, perché i siciliani sono pochi, pochi davvero, una percentuale minima dei marciatori).

Cos’è per loro quel mondo nuovo invocato dai manifesti affissi per le strade? Come ci giudicano quegli sguardi curiosi e circospetti che ci scrutano attraverso le bacchette delle persiane o che si affacciano ai balconi del corso principale come di fronte all’arrivo inatteso di una banda di turisti faidate? Cosa racconterà di noi quel padre al figlioletto che gli si nasconde dietro intimidito dal cane randagio unitosi al gruppo dalla mattina? Come si traduce il mugugno di quella donna uscita a fare compere indirizzato al ragazzo romano che le porge un volantino? Camminare fa rima con passeggiare, e il passìo, in Sicilia, è attività dei perditempo. La prima impressione, si sa, non è sempre la migliore, ma chi tra questi nostri ospiti, avrà l’occasione o il desiderio di farsene una seconda? C’è il timore di portare un messaggio o tanti messaggi destinati alla sconfitta, in giro per una terra dove il tempo è spreco e rassegnazione e dove quasi sempre chi ha remato in direzione contraria, con azioni significative e concrete , semplicemente è stato eliminato. Non ce lo diciamo, ma aleggia il timore di apparire anacronistici, o idealisti.

Passaggio per Balletto, borgo rurale previsto dalla riforma agraria di epoca fascista e oggi in abbandono. Mi rimane impressa una frase di Lorenzo Romito, architetto, del gruppo romano di Stalker: «Si dovrebbe pensare a una legge che vieti la costruzione di qualsivoglia nuovo immobile prima del recupero di tanti edifici che come questi vanno in rovina a causa dell’incuria». Tetti sfondati, erba alta, cornicioni in bilico: una struttura che potrebbe contenere decine, forse centinaia di persone. Ecco un’altra forma di spreco.

Due pattuglie di Carabinieri, che ci seguono da Camporeale, non ci permettono di proseguire sull’itinerario che Giulia aveva studiato e che prevedeva a quel punto di abbandonare la strada provinciale per infilare i campi. Sull’ordinanza municipale sta scritto che dovranno scortarci fino alla diga Jato, e come farebbero a seguirci se noi ci inoltrassimo per sentieri e trazzere? Per rimanere sulla provinciale asfaltata siamo costretti ad allungare il percorso. Giungeremo a destinazione soltanto alle diciotto, stremati, dopo aver costeggiato tutti i bracci del lago Poma. Poi ecco finalmente davanti ai nostri occhi un risultato concreto dell’impegno di Danilo Dolci e dei suoi collaboratori a favore della Sicilia. Ecco la diga, che grazie a loro, e a una battaglia durata anni contro mafia e burocrazia, ha visto finalmente la luce e da allora fa da argine a uno degli sprechi più nefasti contro i quali l’uomo di Sesana si scagliò: quello dell’acqua, appunto. Oggi il bacino dello Jato, nato per servire ai contadini, serve addirittura la rete idrica di Palermo.

Un panino al prosciutto coi piedi immersi in quell’acqua tanto preziosa e via di nuovo alla volta della scuola di Mirto, che Danilo Dolci fondò come laboratorio di una nuova pedagogia e dove oggi il figlio Amico ci aspetta per un saluto in compagnia di alcune scolaresche, del giornalista Pino Maniaci e del Sindaco di Partinico.

A Borgetto ci accoglie un paese in lutto per la morte accidentale di un bimbo di quattro anni.

La sera ricevo la telefonata dell’ivoriano Umberto (il suo vero nome è Silano ma in Italia si è ribattezzato Umberto). Avevo scambiato due battute appena con lui a Camporeale, prima che lui ripartisse con Isham, Arturo e Peppe per Rosarno. Gli avevo detto che a fine aprile sarò a Lamezia, gli avevo chiesto se Lamezia e Rosarno sono vicine. Lui ha detto sì, e allora ci siamo scambiati numeri. Umberto ha trent’anni, anche se sembra molto più giovane. Ha lavorato alla Iveco in Lombardia prima di stabilirsi a Rosarno. Fa il bracciante e vive in un container, insieme ad altri, tutti africani: una sorta di colonia, lontana e invisibile alla società dei bianchi. É bastato il tempo di una sigaretta insieme perché Umberto non mi considerasse più un semplice conoscente. Mi chiama per dirmi che è arrivato, che il viaggio è andato bene. Mi chiama solo per sentire come sto. Come due vecchi amici.

Dopo cena mi siedo fuori sui gradini e comincio a scrivere l’inizio di questo pezzo. Arrivano cinque o sei ragazzini del posto. Mi passano accanto, iniziano a sfottere sul fatto che scrivo («Che cosa sei, un poeta?»), ma si capisce subito che è un modo per attaccare bottone e infatti subito si presentano, mi chiedono chi sono io, chi sono quegli altri dentro il locale, e che cosa siamo venuti a fare a Borgetto. Io provo a spiegargli che facciamo una marcia, che siamo partiti da Menfi e arriveremo a piedi fino a Palermo. «E che c’era di bisogno?», mi fredda subito Luca detto Pisciacausi: «Che non lo sapete che con la macchina s’impiega due ore e siete arrivati?». Poi torna a ostentare la sua mascolinità cercando la bocca di Teresa la Stagnalese. Intanto Rosalinda detta Pastina si è impossessata del mio quaderno e comincia a leggerci dentro, come a ricercare qualche traccia della mia pazzia. Legge dell’acqua pubblica e di Menfi, che non ha mai sentito nominare, mi chiede cos’è un jambè, cos’è il Gattopardo, e infine mi assicura che uno scritto non può finire con un punto interrogativo. Che finire con una domanda è sbagliato, che glielo ha detto la maestra.

Gli chiedo com’è la vita a Borgetto: risponde Vincenzo, detto Patato, che a Borgetto c’è il venticinque aprile e il primo maggio, che sono feste che si va ad arrostire la carne in campagna. Ma la più importante è il dieci di maggio, che è la festa della Madonna, e vengono anche dagli altri paesi e si va tutti a Romitello, che a Romitello la Madonna ci ha tre chiese, una accanto all’altra, e c’è pure l’area attrezzata per arrostire le salsicce.

Vincenzo racconta che a Romitello c’era una chiesa e dentro la chiesa, sopra l’altare, c’era un quadro raffigurante la Madonna. Una sera dopo la messa i fedeli chiusero il portone e tornarono alle case. Il quadro durante la notte uscì e qualcuno lo ritrovò la mattina sui rami di un albero, a pochi passi dalla chiesa. Lo riportarono dentro, lo rimisero al suo posto sull’altare, ma la notte successiva il quadro fuoriuscì un’altra volta. Allora i fedeli ci costruirono una chiesa intorno, che fu la seconda. Ma il quadro non rimase fermo neppure sull’altare della seconda chiesa, e così se ne costruì una terza. Il tre è numero perfetto, e così ora a Romitello ci sono tre chiese dedicate alla Madonna, una accanto all’altra.

Quinta e sesta tappa: Borgetto/San Martino delle Scale, San Martino delle Scale/Palermo. Venerdì 15 e sabato 16 aprile.

Risaliamo Monte Gibilmesi sotto una pioggia leggera. Dopo tanto sole il cielo coperto è gradito. Con noi oggi c’è Benedetto Zenone che con Danilo Dolci a Trappeto ha condiviso quarant’anni di amicizia. Durante la salita racconta di lunghi pomeriggi trascorsi con lui a parlare di sviluppo e bere thè caldo. Giunti a settecento metri d’altezza abbracciamo con lo sguardo Giardinello, Montelepre e l’intero canale De Simone fino al mare. Primo avvistamento di Monte Pellegrino a ridosso di valle Cuba, dopo essersi inoltrati sui monti terrazzati nel territorio di San Martino delle Scale. Edoardo ci fa da guida e durante la strada si ferma a illustrarci i nomi delle piante, a indicarci un’orchidea o un tipo particolare della famiglia delle querce.

All’interno dell’istituto religioso che ci ospita si cena e si balla con la musica della Banda alle ciance. È una sera di festa che si conclude con l’intervento teatrale di Alberto Nicolino, che racconta due fiabe del suo repertorio. La prima, dai fratelli Grimm, è La fortuna di Gianni. «Una valorosa ricompensa, “una pietra d’oro grande quanto la sua testa”, frutto di sette anni di lavoro, si rivela un peso di cui l’ingenuo Gianni si spoglierà per arrivare al suo bisogno essenziale: abbracciare la madre che a casa lo aspetta. È un viaggio che è un percorso di crescita -commenta Nicolino-, proprio come il nostro».

La mattina un fruttivendolo a San Martino si rifiuta di affiggere all’ingresso del suo spaccio un volantino della Marcia. Lo prende in mano, legge le prima righe del manifesto e subito erige il suo “no, non m’interessa”: con gesto tipico della mano che spazza e allontanandosi di spalle. Prendo anch’io in mano il volantino e mi chiedo quale, tra queste parole, possa averlo urtato a tal punto: la citazione dal discorso di Dolci a conclusione della Marcia del ’67, là dove parla di fratellanza, coraggio e mondo nuovo? O l’invito alla presa di coscienza oggi, sui fatti che ci circondano e che noi assorbiamo come spettatori inerti? O, ancora: è stato forse l’appello alla difesa dell’acqua come bene comune? Di fronte a tanta gente venuta da fuori, in quel momento provo vergogna del mio essere siciliano, e vorrei chiedere scusa in nome dell’isola intera all’amico che con gesto spontaneo e di coinvolgimento aveva proposto al mercante di affiggere quel volantino.

Scendiamo per la via famosa un tempo per essere la più lunga del Regno, quella che da Monreale attraversa l’intera città, secandola, e arriva fino al mare: prima col nome di Corso Calatafimi e poi, superata Porta Nuova, come Corso Vittorio Emanuele. All’ingresso in città c’è uno che si affaccia curioso fuori da un negozio di elettrodomestici. Osserva la fila dei manifestanti sul marciapiede e fa la battuta: «ma chiffà, arristaru a peri?», l’amico al fianco se la ride.

Svoltiamo in via Pindemonte per una sosta simbolica davanti il supermercato Sisa, il cui gestore, da luglio dello scorso anno, è vittima di intimidazioni mafiose. «Se resisto non è per me -ci confida Domenico-, ma per i miei figli: il più piccolo ha cinque anni, e di tutto ciò che sta succedendo non capisce nulla. Il maggiore invece ne ha dieci e nonostante io non abbia mai parlato davanti a loro del pericolo in cui mi trovo, lui dimostra di capire tutto comunque».

Arriviamo a Danisinni, che più che un quartiere è una città dentro la città, incubata e quasi nascosta dentro Palermo, in una depressione del suolo con scarse vie d’accesso, scarsi negozi, e dove i cavalli delle corse clandestine sono i veri protagonisti della strada. Qui ci aspetta Nadia Lodato, di Inventare insieme, con tante donne e ragazzi del luogo: l’accoglienza è calorosa. A Danisinni facciamo un salto indietro nel tempo, e non solo perché qui le mamme hanno sedici anni e passano direttamente dal bambolotto al figlio come succedeva alle nostre nonne, ma anche perché qui, a Cortile Cascino, Danilo Dolci aveva dato vita, insieme a un giovanissimo Goffredo Fofi, a una delle sue prime iniziative sociali dal suo arrivo in Sicilia: la scuola per i figli dei proletari. Non so quanto le condizioni di vita e l’assetto sociale di questa zona siano cambiate da allora: era il 1956.

Nadia coi cronisti fa da portavoce di queste donne, che chiedono la riapertura dell’asilo Galante, chiuso dal 2008 e vandalizzato, così come il consultorio, altro luogo prezioso per loro, altra conquista che le donne di Danisinni non vogliono perdere. Dopo il cous-cous le insalate e i dolci Daniele a nome di tutti i marciatori fa dono a ciascun bambino di un ovetto di cioccolato, comprato per loro al supermercato Sisa di via Pindemonte.

Nel pomeriggio passaggio ai Cantieri della Zisa, monumento allo stato della cultura a Palermo. I capannoni dello spreco e dell’abbandono fanno da ambientazione naturale ai discorsi degli amministratori comunali, interpretati dalla compagnia G273: come spesso succede in questi casi, l’assurdo e la realtà si fondono in un tutto indistinto.

In serata la Marcia approderà nella piazza del Tribunale, convogliando nella fiaccolata in favore dei magistrati che lottano contro la mafia. La scritta IL CRIMINE È ORMAI LEGGE si ricompone in coda al corteo dei cittadini: anche se i promotori della fiaccolata di stasera hanno l’intenzione di mantenere un profilo apolitico e apartitico, dopo il voto sulla prescrizione breve non si può non ribadire che l’attacco alla legalità e ai magistrati viene mosso dalle istituzioni stesse!

Borgo di Dio: fine o inizio del viaggio. Domenica 17 aprile.

Si raggiunge Trappeto con le auto o col treno, per la visita al “Borgo di Dio”, sede storica dell’attività di Dolci e dei suoi collaboratori. La struttura, che ha funzionato fino al 1992, appare oggi fatiscente: vetri rotti, porte divelte, sanitari asportati, e le radici degli eucalipti che hanno invaso le tubazioni dell’edificio. Cielo Dolci, che di Danilo è il figlio maggiore, si preoccupa che qualcuno possa farsi male, a camminare in mezzo a tanti chiodi e a tanta ruggine, ma non si rifiuta di accompagnarci fuori e dentro l’edificio: «su questi tetti furono montati pannelli solari tra i primi in Sicilia… qui dove crescono erbacce si coltivavano ortaggi… questa era la sala delle riunioni e qui c’era una campana, e il ferro di una zappa che serviva a suonarla: proveniva dalla marcia del 1967, e divenne un simbolo dell’impegno poco intellettuale, molto pratico e concreto che il gruppo professava… Qui la sera si suonavano Bach e Mozart, e c’erano sempre ospiti da ogni parte d’Europa: studiosi, operatori, artisti… e si collaborava con la popolazione locale alla risoluzione di problemi con soluzioni condivise». Sulle pareti ammiriamo gli splendidi murales di Ettore De Conciliis e Rocco Falciano: il voto, il baciamano, una testa mozzata e rappresentanti della Chiesa vengono raffigurati intorno al faccione di Mattarella come le tante braccia delle quali il potere si serve per affermarsi e ramificare, mentre nel muro di fronte un’altra pittura sovrappone e fa coincidere un gruppo di donne e uomini seduti in assemblea con l’immagine di una rosa. Interessante ascoltare da Cielo anche il racconto di come questi murales nacquero, ovvero nel segno della partecipazione: «il risultato è frutto di una elaborazione collettiva, i bozzetti venivano discussi pubblicamente», ricorda lui che al tempo era solo un bambino. “Sistema clientelare-mafioso e non-violenza” è il titolo di questa serie di affreschi: un’opera di grande valore e bellezza per cui servirebbe un intervento a protezione dall’umidità e dalle incursioni vandaliche, prima che sia troppo tardi.

Scendiamo verso il mare, ci ritroviamo in Piazza Trapani, a ridosso del piccolo porto di Trappeto. Qui c’è la casa che ospitò Dolci al suo arrivo in Sicilia, qui i pescatori a sera tiravano le barche e prendevano parte alle riunioni, ricorda Zenone. Seduti sui gradini di una larga scala, ci proponiamo di trarre delle conclusioni sull’esperienza della settimana. Ma più che un resoconto su ciò che è stato, si sovrappongono la commozione e le proposte per dare un seguito a questa esperienza. La Marcia è stato un esperimento e il primo passo verso la formazione di un gruppo: un gruppo che ha iniziato a concepirsi come corpo proprio grazie alla esperienza fisica dell’attraversamento di un territorio. Dalla costa sud a quella nord dell’Isola questo organismo ha condiviso la fatica, il cibo, l’acqua, i locali dove stendere un sacco a pelo, e ha conosciuto la necessità di rimanere unito lungo i percorsi, pena lo smarrimento, e di formarsi e di conservare una voce unica al cospetto della gente che s’incontrava per via, e dei parlatori di professione che sono i rappresentanti della politica ufficiale. Adesso che ci si saluta c’è chi propone di ripetere l’esperienza a breve, chi di riappropriarsi del Borgo di Dio e farlo tornare il centro nevralgico del cambiamento che fu tanti anni fa, chi ancora si dice disponibile ad impegnarsi concretamente e già da domani a rimettere in sesto la struttura abbandonata. A noi il compito di dare continuità all’impegno, a noi soprattutto che in Sicilia rimarremo. Bisogna fare qualcosa, ricominciare dal dialogo, fosse anche il porta a porta della signora Nina di Menfi, che lo usa per sensibilizzare i suoi concittadini in vista del referendum, fosse anche la piccola-grande missione che Antonio, musicista e banchiere, si ripropone e condivide con noi: convincere i suoi quattro colleghi a gettare la carta usata nel cestino apposito anziché nell’indifferenziato.

La marcia ha mostrato delle piccole carenze di organizzazione, e all’attraversamento dei territori spesso non è seguito un tempo altrettanto lungo dedicato all’attraversamento delle persone: all’andare non è seguito uno “stare” che non fosse fugace, un soffermarsi per instaurare il rapporto e il confronto. Ma soprattutto ha messo in luce la distanza siderale tra le coscienze e i temi che in teoria dovrebbero riguardare tutti e invece vengono percepiti come altrui, o non percepiti affatto. Troppi cubicoli, case, automobili, televisori, ci nascondono dai raggi del sole e ci rendono estraneo il contesto stesso nel quale viviamo, ci rendono indifferenti e inerti, sconosciuti finanche a noi stessi.

Io dico che la felicità è un attimo. Se utopistico è il progetto di viverlo qui e ora, quantomeno doveroso è invece il senso di responsabilità nei confronti di coloro che verranno dopo di noi, e l’impegno a conservargli intatta la speranza almeno di viverlo quell’attimo: domani, e nel mondo che noi, giorno dopo giorno, valorizziamo o distruggiamo per loro.

Arrivederci, camminatori: e speriamo che l’energia e la fiducia generata dall’esperienza in ciascuno di noi non si disperda troppo presto!

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