“Da Settesoli entro due anni 35 milioni di bottiglie”

E’ l’obiettivo del presidente della cantina di Menfi che indica strategie e prospettive.
“Sfuso senza futuro. Gravi i ritardi della Regione Siciliana nella gestione dei fondi Ue per la promozione”.
E sui consumatori: “Bevono sempre ma spendono meno”

«Abbiamo un obiettivo: trentacinque milioni di bottiglie entro il 2012. Altrimenti …»

Altrimenti?
«Altrimenti devo lasciare. E non lo farei per ragioni di età, quando si falliscono obiettivi e speranze è sacrosanto passare la mano. Settesoli è fatta da tanti uomini e donne che hanno lavorato tanto, hanno creduto negli obiettivi ed hanno fatto tanti sacrifici, se non si raggiungono gli obiettivi qualcuno deve pur trarne le conseguenze».

Scherza ma non troppo Diego Planeta, nume tutelare del vino siciliano, presidente di Assovini e presidente della Settesoli di Menfi, una delle più grandi cantine sociali d’Italia. Planeta parla del futuro e di strategie commerciali, punta tutto sull’obiettivo bottiglia, identificazione, messaggio al consumatore e più di ogni altra cosa territorio».

Quante bottiglie quelle prodotte da Settesoli nel 2009?
«Quasi 27 milioni. È una cifra che tiene conto non del solo vetro ma anche del tetrapak e del bag in box. Insomma tutto ciò che è confezionato».

C’è un mercato che tira, ovviamente …
«Sì e no, si compete dappertutto in modo selvaggio. Certamente il segmento di Settesoli tira le file di chi vuol bere di più e magari spendere meno, su questo segmento si vende la gran parte del vino consumato nel mondo, ma è proprio lì che si combatte con tutte le grandi multinazionali. Al loro cospetto noi siamo solo dei microbi, ma grazie a Dio abbiamo la forza della storia e della bellezza del nostro territorio, abbiamo la diversa soavità dei vini, e forse più di tutto abbiamo una grande comunità che rema  tutta e con forza nella stessa direzione. In breve abbiamo una storia diversa che può attrarre il consumatore».

E lo sfuso? Che ne facciamo?
«La domanda è interessante, e non solo per il vino, tutta l’agricoltura Italiana deve porsi questa domanda. L’Italia e tutta la Sicilia in particolare non ha speranza di competere contro il mondo attraverso produzioni agricole di massa, anonime e che non portino un messaggio particolare al consumatore. Da qualche parte del mondo esisterà sempre un agricoltore un po’ più disperato che potrà offrire qualcosa altrettanto anonima , forse di minor qualità, e certamente a minor prezzo. Nel vino poi … peggio di peggio, cos’è un vino (sfuso) senza identità e senz’anima? E poi ancor peggio a chi si affida la propria anima (questa è l’uva per noi agricoltori). Per il vino siciliano la sola speranza è che prima o poi l’agricoltore impari e possa controllare tutta la filiera. Date un occhiata ad altri paesi dove la produzione di uva è appartenuta agli agricoltori mentre il resto della filiera è gestito dalla multinazionali vedi Australia o Argentina. Piani di marketing folli, produzioni enormemente eccedenti e chi paga? Manco a dirlo la parte più debole della filiera, agricoltori impoveriti, impoveriti e al collasso, vigna abbandonata e senza rispetto, vino senza identità. In breve, un paese come il nostro deve cancellare la parola “sfuso”».

Però qui c’è anche l’Ue che aiuta …
«La sfida che rende tutto più difficile è la errata interpretazione della nuova Ocm. Bruxelles in pratica ha bloccato tutti gli interventi a pioggia che andavano a favorire la distillazione o comunque tutti quei sostegni che consentivano di sopravvivere anche chi non voleva o poteva affrontare i rischi del mercato” Misure che hanno tenuto in piedi le aziende che investivano la loro scarsa professionalità invece che sul mercato sugli aiuti comunitari. Per fortuna la UE ha cambiato rotta, ma in Sicilia c’è un problema in più».

Quale?
«Gran parte di questi fondi non riusciamo ad utilizzarli. Bandi scritti all’ultimo minuto o peggio ancora con bizantinismi e paletti che nessuno alla fine riesce a parteciparvi. È successo con i fondi destinati alla promozione del vino siciliano nei Paesi extra Ue. E ora mi dicono che anche quelle previsti dalla misura 133 sono fortemente a rischio. E sono tanti quattrini che potrebbero essere destinati allo sviluppo. Mi chiedo: c’è una regia? Non ci voglio credere. Ma così non va».

Lei è presidente di Assovini. Sta parlando in questa veste?
«Parlo da siciliano, da imprenditore agricolo e produttore di vino. Siamo stati buoni e pazienti. Sappiamo di notevoli sforzi fatti da alcuni funzionari. Ma ora bisogna dire basta a ritardi assurdi e inaccettabili. Perché è come competere contro se stessi. Una follia, alla fine il resto d’Italia fa le stesse cose che facciamo tutti noi imprenditori con una sostanziale differenza: noi con il nostro povero portafogli, gli altri con un sacco di soldi della UE, le sembra giusto e corretto ? Sono comunque colto dal dubbio, forse dimentico di operare in Sicilia, è quindi ovvio che il sistema remi contro la normalità, senza emergenze è certamente più difficile gestire il popolo dei votanti».

Qual è il rischio?
«La sfida è multipla ma deve essere vinta per forza. Per esempio se la Settesoli non dovesse essere vincente, seimila ettari di vigneto nel nostro territorio, sarebbero a rischio migliaia di posti di lavoro in sofferenza e poi, il paesaggio,la serena convivenza, l’ambiente, ma … preferisco non pensarci neanche. Lo stesso paesaggio viene stravolto. E senza vino non rimane più nulla».

Torniamo al vino sfuso. A quando l’addio allora?
«Dobbiamo arrivare ad azzerarne la produzione. Perché non vogliamo dipendere dalle fortune di altri. Nel 2009 il 55 per cento dei 350 mila ettolitri della Settesoli è finito in bottiglia. Nel 2012 bisogna arrivare al 75 per cento».

Ma il 2009, annus horribilis, come si è chiuso per la Settesoli?
«Il fatturato nel 2009 è in crescita, il 10 per cento in volume e l’8-9 in valore».

Soddisfatti?
«No, perché avremmo dovuto aumentare il doppio in valore e in volume. E poi non è bello quando dai all’agricoltore le cifre che non lo rendono contento».

Ovvio. Ma alla Settesoli non si possono lamentare. Qual’è l’ultimo compenso?
«Mediamente tra 2500 e 3.000 euro per ettaro».

In Sicilia sono cifre record…
«Per me sotto i cinquemila euro per ettaro non ha senso parlare di nulla, noi agricoltori penso meritiamo ben altra gratificazione e rispetto».

E allora?
«Bisogna avere più coraggio e fare meno errori. Nel 2009 abbiamo cambiato la squadra di vendita per affrontare con strumenti adeguati la grande distribuzione Italiana, spero dia i suoi frutti. Poi (anzi prima) c’è l’ingresso nel cda di Vito Varvaro, uno dei pochi siciliani veramente illuminati che è andato via da Menfi quand’era ragazzo e ha fatto una grandissima carriera in varie grandi società multinazionali. Varvaro ha un’enorme esperienza, sta dando un fortissimo aiuto all’azienda. Mentre per l’estero abbiamo aumentato gli uomini sul mercato e lo abbiamo fatto in modo rivoluzionario: un australiano e una finlandese a Londra, uno spagnolo in Spagna e un americano negli Usa. Tutti sanno che al mattino appena svegli, prima di prendere il caffé, devono pensare a quante bottiglie vendere quel giorno».

Progetti ambiziosi …
«Vogliamo diventare una marca leader in Italia per la grande distribuzione, è un posto che ci spetta, saremo così utili al consumatore ed ai nostri produttori. Sarà un anno migliore rispetto al 2009».

Sarà l’anno della Doc Sicilia?
«Me lo auguro. Sarà lo strumento per far valorizzare le doc esistenti e per consentire forti azioni promozionali sul territorio. Si potrà avere un minimo di controllo sui flussi di vino sfuso che escono dalla Sicilia. Sarà un bel modo per avere gli addetti ai lavori tutti attorno ad un tavolo a discutere con la giusta serenità ed aggressività di un unico obiettivo: un destino di successo per le vigne,il vino e gli uomini che in Sicilia fanno questo mestiere».

F. C.

(articolo tratto da Cronache di Gusto)

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